C'è un momento nelle Note Preliminari all'Antropogenesi in cui HPB smette di fare teologia comparata e porta un dato geologico. È uno dei passaggi più interessanti di tutto il volume, perché in quel momento il metodo cambia: non si tratta più di convergenza tra tradizioni, ma di convergenza tra tradizione esoterica e scienza naturale. Il dato è questo: durante il Miocene, la Groenlandia aveva alberi come il tasso, la sequoia, il faggio, il platano, la magnolia e la zamia. Piante meridionali sconosciute nelle regioni settentrionali. Clima quasi tropicale a settanta gradi di latitudine nord.
La scienza moderna ha confermato e approfondito quello che HPB citava dalla geologia vittoriana. Nel 2007, un gruppo di ricercatori pubblicò su Science i risultati di un'analisi del DNA antico estratto dalla base di una carota di ghiaccio prelevata nella Groenlandia meridionale. I risultati rivelarono la presenza di alberi — ontani, abeti rossi, pini, tassi — e di invertebrati come coleotteri, mosche, ragni, farfalle e tarme. I campioni furono datati tra i 450.000 e gli 800.000 anni fa.
Bisogna però essere precisi: HPB parlava del Miocene — un'epoca geologica tra 5 e 23 milioni di anni fa. I campioni del 2007 riguardano un periodo molto più recente. Questo dato non conferma il Miocene di HPB. Conferma qualcosa di più limitato ma comunque straordinario: la Groenlandia ha conosciuto nel passato condizioni ambientali radicalmente diverse da quelle attuali. I dettagli cronologici rimangono oggetto di ricerca.
Durante il Miocene, la Groenlandia possedeva una grande quantità di alberi come il tasso, la sequoia, il faggio, il platano, il salice, la quercia, il pioppo e il noce, come pure una magnolia e una zamia.
Charles Gould — Mythical Monsters · citato in H. P. Blavatsky, La Dottrina SegretaPer capire cosa fa HPB con questo dato, è utile tenere separati tre piani distinti che nell'articolo originale si sovrappongono continuamente:
I tre livelli non si confermano a vicenda in senso scientifico. Ma convergono in modo abbastanza preciso da rendere la domanda interessante anche al di fuori del sistema teosofico.
HPB la pone con una semplicità disarmante: se i greci sapevano tutto questo — la terra oltre Borea, il sole che non tramonta, la palma che cresce spontanea — da chi l'avevano appreso? Ai loro tempi la Groenlandia era già coperta di neve e ghiaccio perenne. Non potevano saperlo per osservazione diretta.
La risposta implicita è: quella conoscenza veniva da una tradizione più antica. Non da storici o geografi, ma da una trasmissione orale che risaliva a quando quelle regioni erano ancora abitabili.
La tradizione greca non era sola. La stessa memoria di una terra primordiale al nord emerge da fonti che non avrebbero potuto conoscersi.
Nella tradizione indù, il monte Meru — la dimora degli Dèi — è collocato al polo nord. I Purāṇa descrivono un giorno degli Dèi equivalente a un anno dei mortali: esattamente la condizione astronomica del polo, dove il sole non tramonta per mesi. Il Rig Veda, in alcuni inni tra i più antichi, sembra descrivere la condizione di un osservatore polare — albe che girano in circolo, notti che non scendono. Nella lettura proposta da Tilak in The Arctic Home in the Vedas, questi passi contengono tracce di una memoria artica originaria; una tesi interpretativa, non un fatto generalmente accettato, ma elaborata con rigore filologico notevole.
Nella tradizione iranica, il paradiso originario degli Ariani — Airyana Vaêjo, descritto nell'Avesta — era una terra meravigliosa che conobbe un inverno improvviso e catastrofico. Il Vendidad parla di dieci mesi d'inverno e due d'estate. Prima di quel cambiamento, era una terra verde e fertile. Nella lettura di HPB e successivamente di Tilak, questo è il ricordo di una realtà geografica, non di una allegoria morale.
Vale la pena notare che la tradizione testuale dell'Avesta presenta su questo punto una variante: in alcuni passi si parla di dieci mesi d'inverno e due d'estate, in altri di sette mesi d'estate e cinque d'inverno. Questa complessità suggerisce che il testo ha stratificazioni diverse, e che le interpretazioni polari — pur affascinanti — devono fare i conti con una fonte non uniforme.
Guardando insieme le Note Preliminari, emerge qualcosa che non è visibile nel singolo articolo. Abbiamo già incontrato l'Atlantide — il quarto continente, sommerso progressivamente nel corso di centinaia di migliaia di anni, di cui l'isola di Platone era l'ultimo frammento. Abbiamo incontrato la Lemuria — il terzo continente, di cui la zoologia vittoriana aveva trovato prove indirette nella distribuzione dei lemuri. Ora risaliamo ancora più indietro: l'Iperboreo è il secondo continente, quello della Seconda Razza.
E qui emerge qualcosa che diventa evidente solo guardando insieme le Note Preliminari. I continenti non sono semplicemente luoghi nella geografia della Dottrina Segreta. Sono stadi della manifestazione della coscienza sulla Terra. Il paesaggio cambia perché cambia il ciclo. E quando il ciclo cambia, ciò che era abitabile diventa oceano, ciò che era tropicale diventa ghiaccio, ciò che era continente diventa memoria.
La Groenlandia non dimostra l'Iperboreo.
Ma dimostra qualcosa che per il nostro discorso è forse ancora più importante: la Terra che conosciamo non è la Terra che è sempre esistita.
Il ghiaccio conserva una fotografia del presente. La geologia conserva fotografie di milioni di anni. Le tradizioni conservano — forse — fotografie ancora più antiche.
E la domanda di HPB rimane sospesa tra queste tre forme di memoria: quanto di ciò che chiamiamo mito potrebbe essere il ricordo deformato di un mondo che abbiamo semplicemente dimenticato?