Non si tratta di testi inventati da HPB: sono documenti reali delle rispettive tradizioni, benché le traduzioni e le identificazioni da lei utilizzate appartengano spesso alla filologia ottocentesca e debbano essere distinte dalle interpretazioni accademiche contemporanee.
Il Pimandro di Ermete Trismegisto
La prima fonte che HPB cita è il Corpus Hermeticum, il testo ellenistico-egizio attribuito a Ermete Trismegisto. Nel primo trattato, il Pimandro, si legge che la Natura, mescolata con l'Uomo Celeste, produsse un prodigio: sette Uomini primordiali, tutti maschi e femmine insieme — ermafroditi — secondo la natura dei sette Governatori planetari.
Il dettaglio che HPB sottolinea con una certa ironia è come i teologi moderni abbiano trattato questo passo. John D. Chambers, curatore di un'edizione ottocentesca del Pimandro, si chiede cosa significhino questi "sette Uomini" e risolve la difficoltà concludendo che si tratterebbe semplicemente dei patriarchi biblici. HPB lo definisce, senza troppi giri di parole, un modo teologico di tagliare il nodo gordiano — un modo per evitare di affrontare la stranezza reale del testo.
Le Tavole di Cutha
La seconda fonte è la Tavola di Cutha, testo babilonese raccolto da George Smith nell'Ottocento. Il testo parla di esseri umani o antropomorfi "con le facce di corvi" — espressione che HPB interpreta come riferimento a un colorito scuro, benché il testo, nella traduzione ottocentesca di Smith, presenti immagini più propriamente teriomorfe o composite — creati dagli dèi. Seguono, nel racconto, sette re, fratelli della stessa famiglia.
"Sette re, fratelli della stessa famiglia."
Tavola di Cutha, trad. George SmithHPB interpreta questi elementi come frammenti di una medesima dottrina: un'umanità primordiale manifestata secondo una struttura settenaria e, nella sua ricostruzione esoterica, distribuita simultaneamente in sette centri del globo. HPB collega questi sette re ai Re di Edom della tradizione cabalistica e interpreta la loro "distruzione" non come annientamento fisico, ma come passaggio e assorbimento in una forma umana successiva.
Adam Kadmon e la Cabala
La terza convergenza arriva dalla tradizione ebraica esoterica. Nella Cabala, Adam Kadmon è l'Albero Sephirotale — una struttura che, secondo lo Zohar, "ha attorno a sé sette colonne", i sette Angeli creatori che operano nelle sfere dei sette pianeti.
HPB osserva che il nome "Adamo" nelle Tavole caldee non è un nome proprio ma un termine collettivo per l'umanità — esattamente come Adam Kadmon nella Cabala è una sintesi, non un individuo. George Smith stesso, nel suo Chaldean Account of Genesis, nota che la parola "Adamo" in queste leggende è usata "solo come termine per l'umanità" — un'osservazione filologica che rafforza, da una direzione indipendente, l'interpretazione comparativa proposta da HPB.
Perché Sette
Il numero sette non è un dettaglio decorativo che ricorre per caso in tradizioni diverse. È, secondo la lettura che la Dottrina Segreta ne dà, la traccia di una struttura cosmologica comune — l'idea che l'umanità delle origini si sia manifestata simultaneamente in sette correnti, corrispondenti a sette influenze planetarie o a sette centri di irradiazione della vita.
HPB estende il confronto anche ai Misteri della Samotracia, dove i Kabiri — i "Fuochi Sacri" — crearono l'uomo primitivo su sette località dell'isola. I Purana indù con i loro sette Manu, il Libro dei Morti egizio, i sette Adami delle iscrizioni cuneiformi assire — tutti frammenti di quello che HPB chiama, con un termine tecnico preciso, la "Filosofia Esoterica": non una fantasia comparativa, ma, nella sua lettura, il residuo disperso di un'unica tradizione primordiale.
Il Metodo, Non Solo la Tesi
Ciò che rende questo passo delle Note Preliminari interessante al di là del contenuto specifico è il metodo con cui HPB lo costruisce. Non afferma semplicemente "queste tradizioni sono vere". Le mette a confronto, mostra le coincidenze strutturali — il numero sette, la natura androgina iniziale, la progressione verso la separazione dei sessi, la funzione dei "sette governatori" — e lascia che sia la convergenza stessa a fare il lavoro argomentativo.
"Non affermare, documentare. Non interpretare per primi, mostrare prima le fonti fianco a fianco."
È lo stesso principio che il Piano I dei Quaderni del Senzar applica sistematicamente: lasciare che la coerenza — o la divergenza — tra le fonti parli da sola.
Una Domanda Aperta
Resta un problema che né HPB né le fonti che cita risolvono del tutto: se numerose tradizioni conservano strutture simboliche settenarie analoghe, questo riflette una fonte comune remota — una trasmissione primordiale dispersa prima di ogni separazione culturale — oppure una tendenza strutturale della psiche umana a organizzare i miti delle origini attorno al numero sette?
La Dottrina Segreta propende decisamente per la prima ipotesi. Ma la convergenza indicata da HPB è sufficientemente suggestiva da meritare un confronto — non basta, da sola, a dimostrare l'esistenza di una fonte primordiale comune. Ciò che invece non richiede dimostrazione è l'osservazione di partenza: tradizioni appartenenti a epoche e ambienti culturali differenti hanno costruito, indipendentemente o meno, strutture simboliche notevolmente simili. Il perché resta una domanda aperta — ed è precisamente il tipo di domanda che vale la pena tenere aperta.