Siamo arrivati al sesto articolo di questa serie partendo dal momento della morte e attraversando il Kamaloka, i morti che non sanno di esserlo, il Devachan, il bilancio karmico dei Lipika. Ad ogni passo il sistema si è rivelato più preciso, più impersonale, più coerente di quanto le tradizioni essoteriche lascino intendere. Ora si torna. E la reincarnazione, nella Dottrina Segreta, non è quello che la maggior parte delle tradizioni intende con quel termine.
La reincarnazione è probabilmente la dottrina spirituale più diffusa nella storia dell'umanità. Platone la pone come fondamento della conoscenza: conoscere è ricordare ciò che è stato contemplato in una vita precedente di puro spirito. Plotino la descrive come il percorso necessario di purificazione attraverso corpi successivi. Schopenhauer la abbraccia come unica spiegazione razionale dell'individualità. Goethe la intuisce nel ciclo perpetuo dell'acqua — "proviene dal cielo e al cielo ritorna, da qui nuovamente deve ritornare alla terra."
Anche all'interno della tradizione cristiana la questione è più articolata di quanto sembri. Origene, nelle sue opere, sostenne la preesistenza dell'anima e discusse la possibilità di incarnazioni successive — posizione che fu oggetto di una controversia teologica complessa, culminata negli anatematismi della tradizione origeniana nel sesto secolo. La questione storica è dibattuta, e sarebbe inesatto ridurla a una semplice condanna.
Ma la Dottrina Segreta non si accontenta dell'intuizione condivisa. Porta una precisione che queste tradizioni non hanno, o hanno perduto.
Il primo punto che distingue la lettura teosofica da quasi tutte le altre: non si reincarna la personalità.
La persona che siamo — il nome, la memoria, le abitudini, le relazioni, il corpo fisico, il corpo astrale con le sue emozioni — tutto questo si dissolve. Il Kamaloka ha dissolto gli elementi inferiori della personalità; il Devachan ha permesso all'Ego di assimilare ciò che quella vita poteva offrirgli di spiritualmente significativo. Ciò che emerge dal Devachan e si prepara a tornare non è "noi" nel senso ordinario del termine.
Ciò che si reincarna è l'Ego superiore — il Manas superiore con le sue acquisizioni, tessuto nel Sūtrātmā, il filo radioso che attraversa tutte le incarnazioni come un filo su cui sono infilate perle. Ogni vita è una perla — una personalità distinta, con la sua forma, il suo carattere, il suo momento storico. Il filo è l'Ego che le attraversa tutte.
Questo spiega una domanda ricorrente: non ricordiamo le vite precedenti. Non è un difetto del sistema — è strutturale. Come scriveva Annie Besant: iniziare una nuova vita con il bagaglio completo delle esistenze passate sarebbe "oltremodo traumatico e condizionante". Si ricomincia da zero nella personalità — ma non da zero nell'Ego.
Le capacità acquisite, le virtù sviluppate, le comprensioni raggiunte non si perdono. Tornano come disposizioni innate, come talenti, come quella facilità nell'imparare che Platone leggeva come memoria di vite precedenti. Un musicista che ha sviluppato profondamente la sensibilità musicale in una vita non ricorderà le sonate che ha suonato — ma potrà manifestare, fin dall'infanzia, una facilità musicale che sembra precedere ogni apprendimento.
Abbiamo già visto, nell'articolo sui Lipika, come funziona la preparazione. Nella sistematizzazione teosofica sviluppata in particolare da Annie Besant e C. W. Leadbeater, al termine del Devachan i Lipika leggono il bilancio karmico dell'Ego e stabiliscono il "calco" per la prossima incarnazione. I Quattro Maharāja eseguono materialmente quel piano: guidano l'Ego reincarnante verso il paese, la razza, la famiglia, le condizioni adatte. Ciò che gli indù chiamano prarabdha karma — il karma destinato a esprimersi nell'incarnazione presente.
La durata del Devachan viene descritta dalla tradizione teosofica come variabile in relazione alla natura e alla ricchezza spirituale della vita appena conclusa — da alcune decine di anni a diversi secoli. Non è una legge quantitativa precisa, ma un principio: chi ha vissuto una vita spiritualmente più intensa ha bisogno di un periodo di elaborazione più lungo prima di rientrare nell'incarnazione.
Dal lato empirico, il lavoro più rigoroso rimane quello del professor Ian Stevenson, psichiatra all'Università della Virginia, che ha raccolto oltre 4.000 casi di bambini con memorie apparenti di vite precedenti — riconoscimento di luoghi mai visitati, lingue mai apprese, cicatrici fisiche corrispondenti a ferite riportate nella "vita precedente", ricordi verificati da ricercatori indipendenti.
Stevenson non considerava questi casi una dimostrazione della reincarnazione. Li considerava un problema empirico che meritava di essere studiato senza pregiudizi: "Ritengo che la reincarnazione sia l'ipotesi più plausibile per comprendere i fenomeni di questo genere." Non una certezza — un'ipotesi. La scienza parla di memoria extracerebrale (ECM): ricordi che il soggetto non avrebbe potuto acquisire nella vita presente. Non è ancora una conferma della reincarnazione nel senso teosofico. Ma è la registrazione di un fenomeno che il materialismo non sa spiegare in modo convincente.
Un punto su cui la Dottrina Segreta è netta: la Monade umana non regredisce al regno animale. L'evoluzione è irreversibile nel suo senso generale. Una volta che la scintilla divina ha raggiunto il livello umano — con l'accensione di Manas — non torna indietro. Questo distingue la lettura teosofica da alcune formulazioni popolari della metempsicosi. La trasmigrazione nelle Stanze di Dzyan è sempre in avanti.
Cinque articoli fa partivamo dal momento della morte come da una fine. Ora è chiaro che era un inizio di qualcosa d'altro. La reincarnazione non è una seconda possibilità né una punizione — è la struttura stessa di un processo evolutivo che non può compiersi in una sola vita.
Il Filo Radioso che è imperituro si dissolve solo nel Nirvāna, ne riemerge nella sua integrità il giorno che la Grande Legge richiama tutte le cose in azione.
H. P. Blavatsky — La Dottrina SegretaNon siamo questa vita.
Siamo il filo.
La personalità conta gli anni.
L'Ego raccoglie le esperienze.
Il Sūtrātmā attraversa le vite.
La Monade attraversa i cicli.
E dietro tutto questo rimane la Durata —
là dove il tempo dorme, e l'eternità non ha bisogno di scorrere.